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2019 | Lettera alla mia città

Michela Napoli

Lettera finalista nella categoria Lettera di un'adozione.

Cara Africa,
c’è una palma davanti alla sua finestra. È una palma alta, svetta sui pini e sui cespugli di rose e oleandri fin su da noi, al secondo piano. Il vento fa danzare la chioma con un fruscìo che sa di esotico, le foglie si agitano come braccia di ballerine giocando alle ombre con i lampioni del cortile. I primi tempi che D. era qui, quelle ombre le facevano paura.
Ci faccio caso solo oggi, ferma al semaforo mentre torno dal lavoro: volto lo sguardo verso casa e mi accorgo che è l’unica palma del giardino. Sola. Alta e solitaria come un totem; ritta, imponente, sembra un bodyguard davanti alla sua finestra. Improvvisamente, mi è stato tutto chiaro: quella palma è lì per lei, l’ha aspettata, tenace, molto più tempo di me. Chissà come, già sapeva di dover far ombra alla sua camera nei pomeriggi assolati, di dover consolare i suoi occhi quando una specie di inconscia nostalgia l’avrebbe assalita come una piena. Già sapeva di essere lì per parlarle di Te.
Essere d’Africa. Con le radici in questa terra, ben piantate in questo suolo, nutrita da questa pioggia e da questo sole. Ma avere, in sé, Te.
Quando si aspetta, lo so bene, c’è bisogno di credere nella propria speranza. E lei, quella palma d’Africa, ci ha creduto. Quando qui non c’era che un treno di case in una periferia pugliese, lei ci ha creduto; quando quella cameretta era ancora uno studio/stenditoio/magazzino di due giovani ragazzi a cui la vita e un pizzico di follia avevano messo in cuore il desiderio di raggiungere la propria figlia nel mondo, lei ci ha creduto e ha continuato a crescere, anello dopo anello, fino a quella finestra. Li ha visti, quei due, mentre facevano su e giù dal tribunale con la cartellina dei documenti sottobraccio, pieni di entusiasmo e gli occhi sognanti. Li ha visti lottare e discutere con chi diceva loro che sarebbe stato impossibile, che l’Africa è lontana, che l’adozione è difficile, che “un figlio adottato però…”. Mesi, anni, anello dopo anello, la palma ha continuato a crescere, sbirciando dalla finestra nei pomeriggi d’inverno in cui le lacrime riempivano la camera/studio/magazzino. L’attesa fiacca le forze, vela gli occhi e ti fa mettere in dubbio la speranza. Ora comprendo che quel fruscìo esotico soffiava più forte attraverso i vetri, urlandoci di non disperare.
Poi le paure cadevano da sole come rami secchi – perché un nuovo anello si formi è necessario che ciò succeda – e i due giovani riprendevano fiduciosi a sperare e aspettare. Fino a che la camera si è colorata dei colori dei bambini, e finalmente un giorno di giugno è arrivata D., e la palma deve averle sorriso, a modo suo. D., così simile a lei, con l’Africa stampata in viso, in ogni ricciolo della testa, in ogni poro della pelle: eccolo dunque, il piccolo ramoscello d’Africa tanto atteso, a metter radici in quest’angolino mite della fredda Europa.

Cara Africa, Ti scrivo allora per dirti grazie. Ti chiamano Mamma, e non per retorica. Ora che anch’io sono mamma, capisco. Grazie per averla tenuta in grembo, un grembo caldo e generoso per quanto ha potuto. Grazie per essere stata la sua culla di foglie di banano, il suo tetto di stelle, il suo abbraccio di profumi. Per averla difesa con artigli affilati, come solo una mamma sa fare. Ti ringrazio per averla lasciata andare, quel giorno in ambasciata, quando l’hai consegnata alle mie braccia benedicendola con uno sguardo che finiva dentro l’eternità. Tu che sanguini emorragie di figli dispersi sul fondo del mare, che soffri lacerata dalla storia, ti sei fidata di noi e, dopo averla custodita, ce l’hai affidata come figlia, lasciando di guardia alla famiglia la tua sola, silenziosa palma. Grazie per i suoi occhi profondi e lucenti e per il suo carattere solare, per non aver permesso che le ombre e i silenzi della sua piccola vita la soffocassero; grazie per la forza che le hai infuso e che la rende così affamata di mondo e lieta di vivere.

Grazie di avermi resa sua madre, e al tempo stesso tua figlia. In un tempo in cui la paura chiude i cuori, il tuo si è aperto per partorire la nostra famiglia.

Ti ho sognata da sempre, non sapevo perché, come l’eco atavica di una promessa; ma ora che ti ho incontrata, mi hai avvolta in una stretta d’amore da cui non potrò né vorrò mai liberarmi. Ti amo così, Africa, con il poco che so di te, con il molto che forse non potrò mai comprendere, con quel tanto che mi hai permesso di toccare guardando mia figlia negli occhi. Grazie, perciò ti dico, perché posso starle vicino quando quell’inconscia nostalgia ogni tanto gocciola sulle sue guance. La raccolgo, preziosa, in catini di mani, la condivido con lei, e insieme ti promettiamo: torneremo, mamma Africa.

Michela

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