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2020 | Lettera alla scuola

Simone Rocchi

Lettera vincitrice nella categoria Premio alla libertà.

Cara Scuola,

a volte mi domando se ti ricordi di Karim.

Entrava sempre in classe con il cappuccio della felpa calato in testa e andava a sedersi all’ultimo banco.

Io e lui siamo diventati amici in un giorno di vento, di quelli in cui sei alla pensilina e l’unica cosa che puoi fare è provare ad allungare ancora un po’ il bavero della giacca.

Sferzato dalle raffiche, me ne sto immobile a guardare gli autobus che mi passano davanti. Macchie arancioni su uno sfondo grigio.

Se ne ferma un altro, davanti a me, proprio mentre da lontano una figura si avvicina: capelli neri e pelle scura, tirata sugli zigomi come tutte le signore sudamericane, cui io non riesco mai a dare un’età. Potrebbe avere quarant’anni come settanta.

Più che correre, saltella: fa un paio di passi veloci, ondeggia, sembra perdere l’equilibrio ma poi si salva in extremis.

Quando è ormai a una cinquantina di metri l’autobus si rimette in moto e chiude le porte.

Lei vede i fanali riprendere vita e agita un braccio; magari urla anche qualcosa, ma il vento si porta via tutto, tranne quel rumore tipico dei pullman, che sembra che a bordo abbiano aperto una lattina gigante.

L’autista fa per partire: forse non si accorge di nulla, forse le tre fermate che mancano alla fine del turno gli fanno sembrare meno importanti i ritardi degli altri.

Ma fa giusto un metro ed è costretto a fermarsi: davanti a lui, in mezzo alla strada, c’è Karim. La gamba leggermente aperta verso l’esterno, come ad ostruire il passaggio del dinosauro.

Con la testa indica qualcosa, laggiù, dietro.

Lui e l’autista si fissano per qualche secondo, anche dopo che la donna batte il palmo della mano sul vetro dell’autobus.

Quando le porte si aprono e la donna sale a bordo Karim è già scomparso nel nulla.

Poi inizia a piovere e io non faccio a tempo ad offrirgli l’ombrello.

 

Cara scuola, quando ripenso al mio amico mi accorgo di essere arrabbiato con te.

Perché io e lui siamo diventati amici di pomeriggio, quando tu non c’eri e, addirittura, sembravi suggerire che non fosse il caso che accadesse; ce l’ho con te perché tu hai solo saputo dirgli cosa non sapeva o poteva fare: non sapeva che ogni tanto si doveva mettere la lettera h davanti alla a e usava spesso quell’imperativo che a noi italiani pare così arrogante.

Sono arrabbiato perché, invece, non gli hai mai chiesto in cosa pensasse di essere bravo. Nemmeno una volta.

Te ne stavi lì, nascosta in quel casermone anni Settanta senza mai suggerire nulla.

Cara scuola, io ti devo molto, ma spero che tu sia cambiata.

 

Simone

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