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2016 | Lettera a un artista

Monica Ceccatelli

Lettera finalista nella categoria Lettera alla vita.

Caro cielo, stasera le sfumature pastello di un tramonto di fine luglio, mi hanno rapita. La spiaggia, finalmente è deserta, ed io posso pensare. L’acqua accarezza le mie caviglie. È tiepida. È il nostro elemento. Dall’acqua veniamo. Nell’acqua ci formiamo, facciamo evoluzioni e ci prepariamo alla vita. “Born To Run”, versione acustica. Il Boss sa bene quali corde toccare per arrivare al cuore. Avere un figlio nato troppo presto ti cambia dentro. Profondamente. Quando da bambine giocavamo a fare le mamme e ci mettevamo la pancia finta, a nessuna, proprio a nessuna di noi era mai venuto in mente di simulare una nascita prematura. E invece, ti trovi a prendere questo pugno in faccia e non sei pronta. E inizia il lungo tempo sospeso dell’attesa. Della paralisi del tempo. Progetti, programmi, fantasia, immaginazione. Tutto immobile. Il rito del non rito. In TIN non è quasi mai possibile rispettare un programma, un rito, come per esempio le notizie mediche. Le urgenze scandiscono il tempo, l’imprevisto è il metronomo che sta sopra ogni culla. Suoni, rumori, passi affrettati. E noi che ci cerchiamo, che vogliamo essere ancora una cosa sola. Che non vorremmo staccarci mai. Come l’armonica, che rallenta il tempo, e rende struggente questa bellissima canzone, che nasce con un ritmo diverso. La nascita pretermine è la versione acustica del nascere. Un modo diverso di venire al mondo, che rallenta il tempo, che cambia il ritmo, ma che ci incanta per la meraviglia di ogni nota, che ora, così ridotta all’essenziale, possiamo apprezzare in modo diverso. Nota per nota. Momento per momento. Solo la paura non ci fa apprezzare nel modo giusto i momenti belli. Paura che succeda qualcosa, paura di non farcela, paura del futuro. Avrei voluto sapere allora molte delle cose che so oggi. Avrei voluto avere qualcuno che mi raccontasse, che mi rassicurasse. Qualcuno che avesse avuto la mia stessa esperienza. Per questo motivo da quella TIN non sono più uscita. Sono restata per condividere, per raccontare, rassicurare, abbracciare. Piangere, insieme. Guardo ancora te, caro cielo e continuo a raccontarti di me. Stamani sei bellissimo e terso. Il venditore ambulante ha formato una lunga catena di aquiloni. Svolazzano nel vento colorati e diversi, nelle forme e nelle dimensioni. Ho pensato a tutti voi. Una volta mio figlio a un’insegnante ha detto: “io sono nato strano” , intendendo troppo presto. E io ho pensato: io sono una mamma strana. Ho avuto l’opportunità di prendermi cura dei bambini non riconosciuti alla nascita, finchè il giudice non nomina la famiglia affidataria. Una sorta di ponte, una mamma strana, una tata delle coccole. Come gli aquiloni nel sole, ognuno di voi era diverso e unico. Ho fatto la mamma ancora più prematura. Ho provato il pianto disperato di chi impara sulla propria pelle cosa vuol dire essere mamma di un bambino con abilità diverse, e manifeste disabilità di chi, invece di prendersene cura, ne sottolinea la diversità per nascondere una sua carenza. Di neonati che trovavo decisamente grandi e pesanti, per me che sono abituata al micromondo dei nati troppo presto. Anche con voi il tempo ha avuto ritmi diversi. A volte veloce, a volte molto lento. Come gli aquiloni di questa lunga catena. Colorati, luminosi, unici. E quando ho detto alla mamma che arrivava, mettendovi sul suo petto “adesso facciamo nascere questo bambino” è stato ogni volta un miracolo. E’ vero, sono una mamma strana. E quando abbraccio le altre mamme, strane come me, so che abbiamo molte cose in comune. Che sia la condivisione di un percorso che ci accomuna o che sia un tratto di strada percorso per mano con i loro figli, so che ogni volta ho avuto molto di più di quanto ho dato. Adesso il venditore di aquiloni li sta staccando dalla lunga catena. Ogni bambino avrà il suo, che farà volare in questo cielo azzurro. Il venditore di aquiloni li vede volare da lontano, con occhio attento li segue, perché li ama profondamente, anche se sa bene che non sono per lui. Si allontana felice, tenendo ben saldo nella mano Il suo aquilone. E’ attento a dare il filo necessario alle sue evoluzioni, perché possa volare, e non sia mai costretto a scendere in picchiata. Perché è così che va la vita. Perché è così che va la mia vita.

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