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2024 | Lettera a un bullo

Matteo Scatton

Lettera vincitrice nella categoria Premio Speciale Panchina Gialla in collaborazione con Helpis Onlus.

Tu eri lì. Perché eri lì? Quel primo giorno di scuola cambiò la mia vita per sempre. I tuoi occhi mi puntavano come un radar, cercavano una mia reazione, cercavano la mia debolezza. La trovarono.
Se fossero stati gli unici occhi, oggi la mia vita si sarebbe conclusa diversamente. Invece no. Fu in quel preciso momento che gli occhi di lei riuscirono a trasmettermi il segnale di una vita differente, felice.
La tua gelida prepotenza invece continuò ad espandersi come se sentisse l’odore della mia anima, in qualche modo attratta dal male che emanavi con eloquente espressività. Un’anima ignorante. Eri forte, senza paura. Credevo fossi un eroe e per questo mi sono lasciato contagiare dal tuo demone perché inspiegabilmente era anche il mio.

Da quel momento restammo sempre insieme; anche quando ero da solo tu eri con me. Sono diventato quello che volevi tu, quello che eri tu. Ho frantumato la mia anima a causa tua. Negli anni successivi ho vissuto la vita che mi sono cercato, che mi sono meritato. Ho condiviso il mio tempo più prezioso con altri demoni. Come si può essere amico di un demone? Di qualcuno che si ciba dell’anima degli indifesi. Il mio non era mai sazio. Non ho mai avuto veri amici. Non può esistere la paura tra amici, paura di una mia reazione. Non era vera amicizia. Vivevo nell’ambizione dei falsi dei del web.
Non ci volle molto tempo per scoprire che anche i demoni possono essere piegati. Il demone è esanime. Non resta molto con cui saziarlo, solo avanzi di un perdente. Sono qua in una stanza di tre metri quadrati, il meteo qua dentro non cambia mai; tre metri… il minimo che la Legge prevede. Il massimo che mi merito. E venne il giorno in cui seppi della tua morte. Non ebbi alcuna reazione, alcun sentimento. Me l’aspettavo. Una morte inevitabile per chi indossa le ali di Icaro. Le stesse che, se non mi avessero strappato per tempo, mi avrebbero certamente garantito una rapida dipartita. Fu durante questi anni di pausa forzata che rividi quegli occhi accoglienti. Erano gli occhi di mia madre. Occhi ricolmi prima di speranza, ora di lacrime. Che avrebbero voluto attirare la mia attenzione per istruire la mia anima. Non glielo ho mai permesso. Perché tu non glielo hai mai permesso. Da questo momento glielo permetterò perché con te è morta anche la parte peggiore di me. Sì tu, proprio tu. Il mio falso eroe.

Ora voglio salire le scale della libertà. Sono più forte di quanto pensassi. Basta odio. Lo farò per mio figlio, tuo nipote. Uno spiraglio di luce va protetto a tutti i costi. Non saranno i miei occhi malati a guardarlo per primi, non lo priverò dell’amore che merita. Mi rendo conto solo adesso di quanta forza occorra per sigillare i propri demoni, ed è per questo che se fossi stato presente al tuo capezzale, avendoti di fronte, ti guarderei con la compassione che meriti. Con gli occhi di mia madre. Ahimè non sono in grado di tornare indietro nel tempo, non ne ho le capacità, e perciò affido queste mie parole alla misericordia di questo freddo muro e alla pietà di un raggio di sole. Forse così riuscirai a leggerle. Avevi anche tu un gran bisogno d’amore e con un abbraccio, per te fuori luogo, ti avrei detto di morire sereno poiché l’eredità del male non farà più parte della successione della mia vita.

Il tuo (ex) bullo 2.0

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