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2020 | Lettera alla scuola

Martina Dei Cas

Lettera vincitrice nella categoria Premio speciale Writing the distance.

Cara scuola che non ci sei più,

Eri bella come un castello, con il portone spalancato sull’orto botanico e le finestre aperte per lasciar uscire le note della nostra orchestrina. Fuori apparivi seria, eppure dentro eri tutta una musica. C’erano le palline da tennis che rimbalzavano sul telone della palestra, gli alunni del primo anno che si rincorrevano nei corridoi, i gessi che stridevano sulle lavagne, i piccioni che si contendevano le merende cadute e le api che ronzavano intorno al mazzetto di fiori freschi che il bidello metteva sulla cattedra ogni mattina. Amavo tutto di te. Persino i calcinacci che avevano sfondato il mappamondo in fondo alla classe quando ti era caduta in testa la prima bomba. Avevamo deciso di tenerli a futura memoria, ma la verità è che nel giro di una settimana erano diventati troppi per toglierli. Hai resistito, con i corrimani di corda al posto di quelli di pietra e i sacchi delle immondizie a coprire i vetri che non c’erano più. Dal tetto abbiamo tolto il gazebo che serviva da aula magna e abbiamo scritto il tuo nome con la vernice rossa. Speravamo che gli angeli e i piloti di guerra lo vedessero e tirassero dritto. Ma forse c’erano troppe nuvole e così un giorno sei venuta giù. Adesso quel che resta di te è grigio, silenzioso, vuoto. Nemmeno quando è caduta la mia casa, con la nonna in cucina e il nonno ancora nel letto, ho pianto così tanto. Sai, prima di scappare, ti ho strappato un sussidiario dalla pancia. Era del mio compagno di banco, ma quando gliel’ho riportato, la sua mamma mi ha detto che a lui non serviva più. E che io non potevo morire prima di averlo finito. Adesso viaggiamo nella stessa colonna, diretti verso un Paese che non conosco. Tutti abbiamo perso qualcosa. Il bidello una gamba. La maestra la vista. Il primo giorno di scuola mi sembrava una fata, avvolta in un lungo vestito di seta verde. Quando la guardo adesso invece vedo una strega, smunta e spettinata. Vorrei scappare via, ma poi comincia a parlare, a recitare poesie e allora, cara scuola, io mi rendo conto che tu ci sei ancora. Nella sua voce che trema, ma insegna. Nelle mie mani che sanno scrivere, nelle mie dita che hanno imparato a contare e nei miei piedi che disegnano sulla sabbia. Nei miei occhi che non vedono l’ora di tornare a leggere e nella mia gola, che è secca, ma canta. Perché a noi bambini non servono scuole belle come castelli, ma adulti coraggiosi, che ci aiutino ad imparare anche nelle circostanze più avverse. Perché tu, cara scuola, non sei un luogo. Ma un sogno fragile. L’unico capace di cambiare in maniera durevole il destino di popoli e Paesi.

 

Maria Rossi (Milano, 1944),

Dajana Dukovic (Sarajevo, 1992),

Jaden Qasim (Sanaa, 2015),

Karam Al Numan (Idlib, 2020)

e altri 27 milioni di firme.

Quelle dei bambini e delle bambine che oggi nel mondo, a causa della guerra, si vedono ancora negato il diritto all’istruzione.

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