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2024 | Lettera a un bullo

Graziella Nassimbeni

Lettera vincitrice nella categoria Lettera a un bullo e Premio alla libertà.

Ti guardo uscire da scuola, jeans stracciati alle ginocchia, scarpe da ginnastica, pullover blu. Lo zaino sulla spalla, peli di barba sprovveduta al mento, capelli freschi di taglio. Ridi con compagni che non sapevo chi fossero fino a stamattina, vi date pacche sulle spalle. Roma in primavera è avvolgente ma oggi la sua bellezza mi lascia sola col peso sul petto che non vuole darmi tregua.

Stamattina sono stata convocata dal preside. Ero sorpresa. A scuola non hai problemi, il registro elettronico e le parole degli insegnanti confermano un’intelligenza brillante. A me che chiedevo com’è andata a scuola rispondevi “bene”, cosa avete fatto? “niente”. Parli sempre poco tu. Tuo padre è uguale a te. Perché avrei dovuto preoccuparmi? Da piccolo ti urlavano “sei una scimmietta” e io ti dicevo “non te la prendere”; alle elementari rimanevi in panchina durante le partite di calcio e non ti lamentavi; alle medie facevi le gare di nuoto, ti schernivano “sei una rana”. Ti consolavo “sono bambini, sono ragazzini, non sanno ancora quello che dicono”. Silenzioso, ogni volta, tu abbassavi lo sguardo, e io non ti vedevo. Ero solo preoccupata perché hai pochi amici. Anche tuo padre ne ha pochi. “Che importa”, dice lui, “sono pochi ma bravi ed educati, guarda quanto chatta sui social, quanto lo cercano quest’anno. E guarda me, di strada ne ho fatta lo stesso anche se ho pochi amici. Veri amici intendo”. Un giorno ti ho chiesto “Sapevi che nella tua scuola ci sono dei bulli?”. Tu hai alzato le spalle e abbassato lo sguardo. E io non ti ho visto.

Oggi il preside mi ha chiesto se ti vedo cambiato e se a casa va tutto bene. È sempre tutto uguale ho risposto. Perché c’è qualcosa che non va? E mi ha mostrato il video che qualcuno gli ha lasciato sulla scrivania. No. Non potevi essere tu a spintonare e schiacciare col piede un ragazzo più piccolo, intorno a te i compagni con cui stai ridendo adesso. Sei cambiato è vero, cresciuto una spanna sopra di me, i muscoli gracili rinforzati in palestra, la voce gracchiante adesso è profonda. Sembri un uomo. E invece hai la testa del bambino che in silenzio incassava le cattiverie dei suoi pari. Hai aspettato di diventare forte per vendicarti di quello che io non vedevo nel tuo sguardo che si abbassava. Stamattina il preside mi ha riferito che è un semestre di vessazioni sui social e di soprusi fisici su quelli più piccoli di te – somigliano al bambino che eri fino a ieri. La tua spietatezza mi ha colpita a morte. Non ti ho cresciuto così, ti ho educato al rispetto. Non mi sono accorta del rancore covato per la tua arrendevolezza al sopruso dei forti. Avrei dovuto capire, sei mio figlio. Lo penseranno tutti, vedrai.

Tutti vorranno sapere di chi è la colpa di ciò che sei diventato e hai fatto. Diranno che è mia che non ti ho insegnato abbastanza, di tuo padre che non ha vigilato, della società senza valori, della viltà dei media, delle droghe che distruggono il cervello, della ricchezza, della scuola, del consumismo. Di chi è la colpa Vittorio? La colpa. Bisogna capire di chi è la colpa. Non perché l’hai fatto, non chi sei diventato senza che me ne accorgessi. È mia la responsabilità? Non ti ho protetto? Non ti ho compreso? Non sono stata severa? Possibile. Il mondo tutto non ti ha capito? Possibile. La responsabilità è fuori di te? Possibile.
Stamattina sulla scomoda sedia del preside non ero più la madre del figlio di cui ero orgogliosa.
Ero una madre che non ha capito niente e mi vergogno di non aver saputo vedere oltre.
Ti incammini verso di me e non sei più il figlio che ho lasciato davanti a scuola stamattina.
Se ho una responsabilità, se tutti hanno una responsabilità, anche tu Vittorio ce l’hai. Tu potevi scegliere chi essere, conoscevi il dolore dell’offesa, dell’essere feriti, esclusi. Hai scelto di riscattare il bambino rabbioso segregato in te infierendo su prede deboli. È davvero questa la tua scelta?
Tra un attimo salirai in macchina, come ogni giorno. E stavolta sarò io a guardare in basso.
E tu riuscirai a vedere?                                              

Tua madre    

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