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2017 | Lettera a un cervello in fuga

Alessia Mosca

Lettera finalista nella categoria Lettera a un cervello in fuga.

Caro cervello in fuga,a mesi dalla tua dipartita e in assenza di notizie sul tuo conto, ti scrivo, nella speranza di ricondurti a più mite consiglio. Ritorno, di tanto in tanto, al giorno della tua partenza. Rivedo la scena di un esame perfetto e di una commissione che annuisce compiaciuta. Ripasso i titoli di merito che il bando richiede, ma che in pochi abbiamo da spendere. Mi ascolto rispondere preparata e fiera come altre volte, ben più di altre volte. E ritrovo, come altre volte, un altro nome davanti al mio nella graduatoria finale. Lo leggo e rileggo più volte, finché un’assonanza non si manifesta più chiara: il cognome del poco brillante vincitore somiglia assai a quello del primario.
Curiosa coincidenza.
Succede qualcosa al mio corpo: il naso si arriccia, increspa la fronte e trascina vicine le sopracciglia.
Un caso, è evidente.
Le labbra si serrano e il respiro si accorcia.
Si tratta di omonimia. Deve trattarsi di omonimia.
I denti scricchiolano, stretti uno sull’altro. La gola si strozza, il fiato si fa largo a fatica.
Che vado a pensare? Un solo posto a disposizione, migliaia di partecipanti, il più grande ospedale della regione…

Il cuore accelera la sua corsa sul posto, le spalle si tendono verso le orecchie. “Che sorpresa” esclama qualcuno nel mezzo della ressa che si accalca sul tabellone, ma il suo tono non sembra convinto. Le braccia si piegano, i pugni si stringono, le unghie si affossano dentro ai palmi. “Senza vergogna” fa eco qualcuno e già quel tono suona più vero. Lo stomaco, teso da tempo, si contorce nella sua ben nota smorfia di disapprovazione. “È il figlio del primario” azzarda una voce. Un brivido parte dalla base del collo e mi abbraccia la schiena. Un guizzo e non ci sei più. Centro del mio sistema nervoso, ironia della sorte, mi lasci per questione di nervi. Non mi muovo, mentre tu, muto di rabbia, ti dai alla macchia. Non c’è più posto per me sussurri e mi lasci lì, impietrita davanti all’ennesima lista di nomi sbagliati. Fuggi, quindi, per dei nomi sbagliati. O forse fuggi perché quei nomi finiscono sempre per essere quelli giusti, troppo giusti. E così lasci il tuo corpo, sordo e inerte, per partire, cervello in fuga, verso nuovi spiragli. Chissà che fai ora, mio abbondante chilo di materia grigia, al di là dei confini che ti hanno dato un mestiere, ma non un lavoro? Dimostra talento, raccogli consensi e non sorprenderti dei tuoi stessi successi. Il tuo corpo ti attende, paziente ma non domo, per riaccoglierti al tuo ritorno, quando colmo di un orgoglio sereno, ritroverai quei vecchi nomi sempre troppo giusti e mostrerai loro il tuo bagaglio di sapere e la mano alzata, con un unico dito disteso, quello di mezzo, a consegnar loro il solo riconoscimento che meritino davvero.

Alessia, 50 chili di carne, ossa e un fegato leggermente ingrossato

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