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Edizione 2020

I vincitori della XVI edizione del Festival

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Si è conclusa oggi, sabato 11 dicembre, la sedicesima edizione del Festival delle lettere.

La Casa delle Arti di Cernusco Sul Naviglio si è animata delle emozioni contenute nelle lettere vincitrici interpretate sul palco da Laura Curino, Antonio Cornacchione, Max Pisu e Valerio Bongiorno, sulle note della fisarmonica di Sara Calvanelli.

Ancora una volta abbiamo avuto la conferma di quanto la scrittura epistolare sia capace di unire le persone e accorciare le distanze: ne sono testimonianza le centinaia di lettere iscritte al concorso e la risposta positiva del pubblico che è tornato a teatro per vivere dal vivo il coinvolgimento dello spettacolo conclusivo della manifestazione.

Questi i vincitori delle categorie in concorso e fuori concorso.

Lettera alla scuola (Vincitrice del premio Lettera d’oro) – Laura Musso

Lettera a tema libero – Maria Lucrezia Summa

Lettera Under 14 – Matilde Mezzetti

Lettera dal cassetto – Costanza Covelli

Lettera di un’adozione – Raffaella Villa

Sono stati consegnati anche due premi speciali: il Premio Writing the distance dedicato ad Anna Sachet è andato a Martina Dei Cas; il Premio alla libertà in memoria di Ettore Carminati è stato consegnato a Simone Rocchi. Al termine dello spettacolo Omar Fantini ha lanciato il tema dell’edizione 2022 del Festival delle lettere: LETTERA A UN INFLUENCER. Le informazioni per partecipare sono disponibili qui.

Edizione 2020

Laura Musso vince il premio Lettera d’oro

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È di Laura Musso, insegnante di Fossalta di Portogruaro, la lettera vincitrice della XVI edizione del Festival delle lettere interpretata sul palco della Casa delle Arti da Valerio Bongiorno.

Un testo ironico ma che ben testimonia l’importanza dei legami nati dentro la scuola e i ricordi che ad essa si legano e ci accompagnano a lungo nel corso della nostra vita.

La scuola è una stalker. Davvero Bibi. Pensaci un po’.

Ti accalappia fin da bambino e non ti lascia più. Anche quando tu la vorresti tanto lasciare. Niente, lei non molla, anzi, ti stringe di più tra le sue spire.

All’inizio è una sirena. Ha le sembianze di una maestra gentile ed accogliente che con le sue parole e il suo canto ti attira dentro stanze zuppe di colore, frastornanti di musica e di giochi, dense di tanti altri bambini risucchiati dentro come te. E quando tu sbatti piedi, sferri pugni e strilli che te ne vuoi andare a casa dalla tua mamma, lei ti convince che “LÌ“, proprio lì, puoi essere felice. Finisci per crederci. E te ne stai “lì” per tre anni. Pensi che poi sia finita. Macchè. Ecco che ne arriva un’altra, di scuola. Ti dicono che imparerai a leggere e a scrivere, che collezionerai altri amici, che farai cose molto interessanti, che bla, bla, bla. E intanto passano altri cinque anni. Altre stanze, altri colori, altre sirene, altri compagni di sventura. Ne esci che a noi femmine sono spuntati in viso mascara e rossetto (e tanto altro altrove) e ai maschi baffetti e brufoli (e tanto altro altrove). Alla secondaria di primo grado della scuola non è che ti interessi un granchè. Passi altri tre anni a pensare a tutto, fuorchè ai libri. Hai un corpo che non è più il tuo, puzzi come una capra e le aule a volte si trasformano in camere a gas. Per comunicare non usi più  bocca e  voce, ma  dita e telefonino. Le rare volte in cui parli, lo fai peggio di quando avevi due anni e dicevi parole a metà: “TRANQUI… RAGA… OGGI SONO DEPRE”. Tipo così. Già, “TIPO, TIPO, TIPO” dappertutto! Ma quando i tuoi ti urlano che la scuola non serve proprio a niente e tu ci vai solo per scaldare il banco, succede che sprechi l’occasione d’oro per liberartene. Sì, perchè finisci per difenderla, la scuola. Perché lì ci sono i tuoi amici, lì ci sono le “sireneprof“ che, sì, ti daranno anche quella palla di roba da studiare, ma ti ascoltano pure, qualche volta magicamente ti capiscono, sopportano con pazienza la camera a gas. E poi cominci a comprendere che se tu ti senti sfigato, alla fine non sei solo, ci sono sfigati più sfigati di te che sono diventati anche famosi e te li fanno studiare per secoli… Leopardi, tipo. Quando poi la scuola finisce di essere obbligatoria e tu potresti sbarazzartene per sempre, accade una cosa terribile: tu la “SCEGLI” ancora. La vittima che sceglie il carnefice. Così passi la tua giovinezza tra Superiori ed Università. La tua vita scorre parallela alla vita della scuola. La scuola diventa una specie di amante: ti sta sempre accanto, nutre il tuo bisogno di conoscere, discute con te di tutto, apre la tua mente, ti porta a feste e ad incontri con altri, anche all’estero, ti aiuta a crescere. È in questo periodo che ci siamo conosciute, ricordi? Con la laurea sarà finita, pensi. Squisita ingenuità. Invece la scuola ti manca. E quando, piano piano, la vita-senza-scuola prende il sopravvento, lei, la scuola, rimane comunque sullo sfondo. Esempi. 1.Viaggio, Atene. L’Acropoli, Il Partenone: bello, l’ho studiato a scuola! Ecco, la scuola viaggia con te. 2. Matrimonio. Chiesa, invitati, amici, parenti. Il sacerdote… è il tuo prof di religione delle superiori. La scuola è al tuo matrimonio. 3. Squilla il telefono: aperitivo con le  ex compagne di classe? Certamente! La scuola si prende uno spritz.

Domanda Marzulliana : ma è la scuola che non ti molla o sei tu che non la molli mai?

Sto ancora cercando risposte. Beh, intanto ti saluto. Ci vediamo al Collegio Docenti.

Laura

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Edizione 2020

Premio speciale Writing the distance

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Anche in questa XVI edizione del Festival abbiamo voluto consegnare il Premio speciale Writing the distance, dedicato ad Anna Sachet, a quella lettera capace di annullare le distanze attraverso la diffusione di un messaggio di inclusione, integrazione e vicinanza.

Il premio è stato assegnato alla lettera scritta da Martina Dei Cas, trentenne di Ala (TN) che ha voluto dedicare il suo scritto a tutti i bambini e i giovani che a causa della guerra si vedono negato il diritto all’istruzione e alla serenità e spensieratezza che meriterebbero alla loro giovane età.

Parole che commuovono e fanno riflettere, interpretate nel corso dello spettacolo da Antonio Cornacchione.

Cara scuola che non ci sei più,

Eri bella come un castello, con il portone spalancato sull’orto botanico e le finestre aperte per lasciar uscire le note della nostra orchestrina. Fuori apparivi seria, eppure dentro eri tutta una musica. C’erano le palline da tennis che rimbalzavano sul telone della palestra, gli alunni del primo anno che si rincorrevano nei corridoi, i gessi che stridevano sulle lavagne, i piccioni che si contendevano le merende cadute e le api che ronzavano intorno al mazzetto di fiori freschi che il bidello metteva sulla cattedra ogni mattina. Amavo tutto di te. Persino i calcinacci che avevano sfondato il mappamondo in fondo alla classe quando ti era caduta in testa la prima bomba. Avevamo deciso di tenerli a futura memoria, ma la verità è che nel giro di una settimana erano diventati troppi per toglierli. Hai resistito, con i corrimani di corda al posto di quelli di pietra e i sacchi delle immondizie a coprire i vetri che non c’erano più. Dal tetto abbiamo tolto il gazebo che serviva da aula magna e abbiamo scritto il tuo nome con la vernice rossa. Speravamo che gli angeli e i piloti di guerra lo vedessero e tirassero dritto. Ma forse c’erano troppe nuvole e così un giorno sei venuta giù. Adesso quel che resta di te è grigio, silenzioso, vuoto. Nemmeno quando è caduta la mia casa, con la nonna in cucina e il nonno ancora nel letto, ho pianto così tanto. Sai, prima di scappare, ti ho strappato un sussidiario dalla pancia. Era del mio compagno di banco, ma quando gliel’ho riportato, la sua mamma mi ha detto che a lui non serviva più. E che io non potevo morire prima di averlo finito. Adesso viaggiamo nella stessa colonna, diretti verso un Paese che non conosco. Tutti abbiamo perso qualcosa. Il bidello una gamba. La maestra la vista. Il primo giorno di scuola mi sembrava una fata, avvolta in un lungo vestito di seta verde. Quando la guardo adesso invece vedo una strega, smunta e spettinata. Vorrei scappare via, ma poi comincia a parlare, a recitare poesie e allora, cara scuola, io mi rendo conto che tu ci sei ancora. Nella sua voce che trema, ma insegna. Nelle mie mani che sanno scrivere, nelle mie dita che hanno imparato a contare e nei miei piedi che disegnano sulla sabbia. Nei miei occhi che non vedono l’ora di tornare a leggere e nella mia gola, che è secca, ma canta. Perché a noi bambini non servono scuole belle come castelli, ma adulti coraggiosi, che ci aiutino ad imparare anche nelle circostanze più avverse. Perché tu, cara scuola, non sei un luogo. Ma un sogno fragile. L’unico capace di cambiare in maniera durevole il destino di popoli e Paesi.

Maria Rossi (Milano, 1944),

Dajana Dukovic (Sarajevo, 1992),

Jaden Qasim (Sanaa, 2015),

Karam Al Numan (Idlib, 2020)

e altri 27 milioni di firme.

Quelle dei bambini e delle bambine che oggi nel mondo, a causa della guerra, si vedono ancora negato il diritto all’istruzione.

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La lettera di una mamma alle maestre vince la categoria fuori concorso Lettera di un’adozione

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Ancora una volta la categoria fuori concorso Lettera di un’adozione, proposta in collaborazione con ItaliaAdozioni, si è rivelata fonte di lettere coinvolgenti ed emozionanti. Il premio di questa speciale categoria è andato alla lettera di Raffaella Villa, mamma adottiva che ha condiviso con noi il vortice di emozioni che ha vissuto insieme al suo bambino nell’affrontare il percorso scolastico, rivelatosi preziosa occasione per creare legami forti e profondi con insegnanti e compagni di classe e testimonianza di come l’amore sia in grado di vincere su tutto!

Care maestre,

siete ancora vive?!

Ora siete in vacanza, come i nostri ragazzi, dopo quest’anno scolastico così particolare e intenso, “incoronato” da nuove modalità didattiche a distanza. Tutti insieme abbiamo collaborato, scaricato dai PC, studiato, fotografato, inviato, spesso anche inveito, ma mai mollato. Siamo una squadra vincente! Costruita nel tempo, da quella lontana prima elementare di 4 anni fa, quando noi genitori, il primo giorno di scuola, più emozionati dei nostri figli, abbiamo versato qualche lacrimuccia affidandoli a voi, ai vostri insegnamenti e al vostro cuore. Vi siete guadagnate il ruolo di nuovo punto di riferimento per loro, dopo i genitori. E per noi due, genitori di un bambino di 10 anni, adottato 4 anni fa, il vostro valore è ancora più evidente.Un terremoto. Mai fermo, neppure coi pensieri. Con una gran voglia di colore, di allegria, di vita, di famiglia, di affetto. Ci siamo conosciuti pian piano, ci stiamo ancora conoscendo. Con molta pazienza impara a fidarsi di noi e ad affidarsi a noi, ma quanta paura di una nuova delusione nei suoi occhi! Quel senso di voragine allo stomaco, che neppure lui capisce perchè ci sia, ma c’è, gli fa male. E allora via con corse, giochi, risate, esuberanza per non pensare, per riempire di rumore quel buco nero subdolo e silenzioso. Lo stesso fa con voi, Sante Maestre! Vi travolge, vi domanda, vi riversa addosso il suo entusiasmo e voi, con tanta pazienza mentre spiegate la fotosintesi clorofilliana, consolate per un 7- in inglese, disinfettate un piccolo taglietto sul dito, riponete pastelli negli astucci, avete ancora la forza di guardare negli occhi il nostro piccolo terremoto e di spiegargli con dolcezza che no, non si tirano le trecce alla compagna di banco perchè non ti ha suggerito nella verifica di matematica! E riuscite pure a condurlo da solo alla soluzione delle moltiplicazioni con i numeri decimali, perchè lui, le cose le sa, è che non crede in se stesso. Voi siete la sua certezza. Perchè credete in lui.

E quanto siete state brave quando lo avete lasciato piangere. È bastato strimpellare una melodia durante le prove del saggio di Natale.

Sol la sol. Tre note.

Attivazione immediata di un ricordo doloroso che pensava sepolto.

Resiste. Ci prova, almeno. No, niente da fare… Di corsa si rifugia in un angolo della classe, non vuole che il dolore lo trovi. Ma non funziona. Le lacrime arrivano improvvise come un’onda anomala, non le può fermare. Il dolore dell’abbandono finalmente trova una strada e può permettersi di mostrarsi anche a scuola. Perchè i suoi compagni gli vogliono bene, lo capiscono ora, la maestra è il suo argine. “Piangi, sfogati, butta fuori tutta quella tristezza che ti attanaglia l’anima”.

Le due ore di musica sono trascorse così. Non volava una mosca. I suoi compagni partecipavano solo con gli occhi e con il cuore al suo dolore. La bidella, passando nel corridoio, stupita da quel silenzio inusuale in una classe, percepiva soltanto singhiozzi e dolci carezze sussurrate.

Non mi avete chiamato, care maestre; sapevate cosa fare, cosa era giusto per lui.

All’uscita da scuola ho visto uscire il mio cucciolo-terremoto con uno sguardo nuovo. I suoi compagni, intorno a lui a proteggerlo, stretti stretti, erano la coda di una cometa. Lui, la loro stella.

Ha dormito tutto il pomeriggio, esausto. La sera, a cena, mi ha fatto trovare un biglietto sotto il piatto: c’era scritto: L’AMORE VINCE SU TUTTO E TUTTI, con la sua scrittura ancora incerta.

Stavolta, ho pianto io. Com’è contagioso, l’Amore…

Buone vacanze, maestre. Le vostre sono davvero meritate!

Una mamma riconoscente                                            

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