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Edizione 2024

Cinzia Leone interpreta la lettera vincitrice del tema libero, scritta da Vincenzo Cipriani

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L’interpretazione unica, divertente e divertita, di Cinzia Leone ha dato voce alla lettera di Vincenzo Cipriani, vincitore della categoria Lettera a tema libero. 
Un mittente inusuale, il monumento di Gino Bartali, ha raccontato il mondo dal punto di vista altrettanto inusuale di chi può leggere i pensieri dei passanti. 

Di seguito il testo integrale della lettera.

Amore mio bellissimo,
è accaduta una cosa strana e io ti scrivo da lì, dal mio monumento. 
Non è il primo e forse non sarà l’ultimo che mi fanno, ma di sicuro è il più bellino, anche se è solo un busto in terracotta. Mi hanno fatto piccolino, non ho nemmeno le braccia, e di spalle me ne hanno messe solamente un pezzo, quello che basta a tenere il tubolare che nelle corse stava incrociato sul petto. E il naso, forse me l’hanno fatto un po’ più dritto del mio. Insomma… mi garba proprio questo monumento. Poi ho lo sguardo giusto, quello da uomo d’acciaio che però un ne pole più dalla fatica. 

Sarà quest’insieme di cose che mi fa scrivere per la prima volta una lettera da quando… insomma da quando non ci sono più. E mi succede anche un’altra cosa strana, ed è proprio per questo che ti scrivo.
Questo busto l’hanno messo su un piedistallo lungo una pista ciclabile nuova, e naturalmente sento la gente che parla.
Qui vicino c’è il campo sportivo, e tra tutti i discorsi mi piace ascoltare quelli dei bambini più piccoli, che hanno il giaccone della squadra a crescenza, una o due taglie più della loro.
Lo sai perché mi piace? Perché a ì nonno o alla nonna che li vengono a prendere raccontano tutto con una bella vocina innocente. Quelle parole gli vengono dal gioco, dal divertimento che non è diventato ancora l’agonismo che li rovinerà. Li ascolto, come ascoltavo te quando eri piccina e mi rubavi il berretto del Giro d’Italia, o la maglia gialla del Tour de France. C’è una fotografia di quei tempi che tu hai messo su ì tuo sito, o come si chiama. 

Ma ti devo raccontare perché ti scrivo di una cosa che non mi era mai successa prima: ho letto nel pensiero di una persona. Su questa ciclabile ci viene tanta gente a correre perché non ci sono automobili. Qualcuno mi guarda, e io lo riguardo con gli occhi arcigni solo per dirgli che per vincere tanto, come è capitato a me, bisogna lavorare sodo, molto sodo. Faccio il cattivo per quello.
Un giorno me ne passa uno davanti e, per la prima volta, riesco a vedere tutti i pensieri che ha in testa. Mi capita solo con lui.  E sai perché? Perché il suo pensiero eri tu, la mia bambina, che ora è diventata una donna, e molto bella.
Quando hanno inaugurato il monumento e tu sei venuta, lui doveva essere in giro. Io ero sotto un cencio perché mi doveva scoprire il sindaco e, nella folla, non l’ho visto. È stato qualche giorno dopo, quando tutto si è calmato, che questo qui ha cominciato a passare di corsa, e io gli ho cominciato a vedere i pensieri, e ho scoperto che il suo pensiero, pensiero fisso, eri tu. Non mi vergogno a dirlo: sono geloso. 
Quando passa, lo guardo peggio degli altri. E non è nemmeno che la sia una bella idea, questa. Perché lui allora corre ancora di più, sempre più forte. Alla fine è diventato il migliore. Anzi: io l’ho fatto diventare il migliore di tutti.
Poi so anche che è un bravo ragazzo, e l’è anche bello. Ha un bel portamento, una bella corsa leggera, belle gambe sode. Un campione un lo sarà mai, ma è meglio, perché i campioni stanno sempre fuori di casa, io ne so qualcosa. E un voglio che ti lasci mai sola. Però sono geloso. 
Ora un te lo dico più, però volevo tu lo sapessi.
Ciao Lisa mia bella, un bacione.

Nonno Gino

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Amici del festival

Stefano Nazzi dà voce alla migliore Lettera dal carcere

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La voce di Stefano Nazzi ha scandito, con ritmo incalzante, i sei passi con cui inizia la storia di Daniele C., premiato per la migliore Lettera dal carcere. Le sue parole sono state testimonianza e condivisione di una vita che porta a riflettere, sulle scelte passate e sui passi futuri. 

Di seguito potete leggere il testo integrale della lettera.

Uno, due, tre, quattro, cinque e sei…
Uno, due, tre, quattro, cinque e sei…

Si dice che prima di parlare, prima di agire, bisogna contare fino a dieci, ma questo mio contare fino a sei, sono i passi che percorro ogni giorno nella mia stanza, per meglio dire la mia cella.
In questo posto, contare ti viene automatico, noi detenuti siamo i primi ad essere contati, poi contiamo i giorni, i mesi, i passi, le scale, tutto ciò che incontriamo lo contiamo, ma soprattutto il nemico principale che contiamo quando siamo rinchiusi qui dentro è il tempo!
Già, il tempo può essere una cosa a tuo favore o a tuo sfavore, dipende dalle circostanze, quando siamo piccoli, non si vede l’ora che passi il tempo per diventare grandi e quando si è grandi vorremmo che il tempo non passasse mai.
Ma, purtroppo, il tempo ci sfugge dalle mani. 
È da quando ho perso la libertà, che mi rendo conto di quanto tempo è passato per arrivare dove sono e soprattutto cos’ è accaduto per farmi finire qui dentro. 

C’ è un film di Robert De Niro, “Bronx”, di cui una frase è rimasta sempre impressa nella mia mente e molte volte me la dico a me stesso “non sprecare il tuo talento”.
Questa frase risuona nella mia testa ogni volta che mi imbatto nei miei ricordi e mi spoglio di tutte le mie sicurezze, di tutte le cose che avevo, ripeto a me stesso “ho sprecato il mio talento”.
Le mie scelte sono state sbagliate in tutto ciò che ho fatto, le mie energie, il mio talento li ho applicati in scelte sbagliate.
Mi sono fatto condizionare da quel mondo che è tutto apparenza e dove la notte regna in maniera incondizionata, quando poi non è nulla, è solamente un mondo che è frutto di una società moderna malata, dove non c’è nulla di reale, ma l’unica cosa che ti porta è quella di essere una persona che non sei.
Una persona che resta in agguato nel vuoto, nella paura, soffocata da contorni. 
Come vorrei, domani, svegliarmi e ritrovarmi bambino per essere guidato verso un mondo pieno di colori, di bellezze, di splendidi orizzonti, di sorrisi, di sogni, di tanti talenti da applicare ed insieme, cantando alla vita, saltellare uno due tre quattro cinque sei… perché così il talento fiorisce e mi renderà forte, e con questo dono dentro di me cercherò un pochino di rendere più bello questo mondo con un cielo di stelle da guardare.
Non sprecate il vostro talento.
Vi voglio bene.

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I vincitori della XVIII edizione del Festival delle lettere

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Il 26 maggio a Casa Schuster si è conclusa la XVIII edizione del Festival delle lettere, con la sentita partecipazione del pubblico, affezionato e nuovo, appassionato di scrittura epistolare. 

Sabato sera è andato in scena Dear Music – Nightfall Piano Concert. Isabella Turso al pianoforte e Ludovico Clemente al sound design ci hanno accompagnato in un viaggio musicale intimo e suggestivo nelle atmosfere della notte, dal tramonto all’alba. I brani, nota dopo nota, si sono intrecciati alle lettere dall’archivio del Festival, scritte da Paola Bellei, Enzo Formizzi, Giulia Gioia e Andrea Marra e interpretate con un sentito coinvolgimento da Renato Raimo. A concludere la serata, la lettera aperta scritta e letta dalla stessa Isabella Turso, che ha colto il valore di questo linguaggio di mettersi a nudo. 

Come da tradizione il Festival si è concluso con Le migliori lettere: la comicità spontanea di Corinna Grandi ha aperto il pomeriggio e condotto il pubblico tra le interpretazioni delle lettere vincitrici affidate a Regina Baresi, Gaia De Laurentiis, Cinzia Leone e Stefano Nazzi. Ad accompagnare le voci sono state le note della fisarmonica di Sara Calvanelli, ispirate al suono e al significato delle parole lette. Ospite sul palco anche Daniel Zaccaro, che ha emozionato il pubblico con il racconto vero della sua storia, lasciando un messaggio di grande cambiamento. 

Alla fine dello spettacolo Corinna e Luca Carminati, Presidente del Festival delle lettere, hanno svelato il tema della XIX edizione: LETTERA A UNA DONNA. Dal 3 giugno sarà attivo il form per partecipare. 

Riportiamo di seguito l’elenco dei vincitori, che hanno ricevuto l’attestato di vittoria e una penna Pen by me, personalizzata e ispirata alla lettera: 

LETTERA UNDER 14:
Greta Ruscitti – leggi la lettera

LETTERA A TEMA LIBERO:
Vincenzo Cipriani – leggi la lettera

LETTERA DAL CASSETTO:
Silvia Marino – leggi la lettera

LETTERA DAL CARCERE:
Daniele C. – leggi la lettera

LETTERA A UN BULLO (Premio Lettera d’oro):
Graziella Nassimbeni – leggi la lettera

PREMIO SPECIALE WRITING THE DISTANCE in memoria di Anna Sachet:
Patrizia Scialoni – leggi la lettera

PREMIO SPECIALE ALLA LIBERTÀ in memoria di Ettore Carminati:
Graziella Nassimbeni – leggi la lettera

PREMIO SPECIALE PANCHINA GIALLA in collaborazione con Helpis Onlus:
Matteo Scatton – leggi la lettera

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Graziella Nassimbeni vince la Lettera d’oro

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La XVIII edizione del Festival delle lettere è stata vinta da Graziella Nassimbeni, che ha ricevuto la Lettera d’oro per la migliore Lettera a un bullo
Le parole destinate al figlio, cariche della colpa di entrambi, hanno risuonato forti grazie all’interpretazione intensa di Gaia De Laurentiis. 

Per il valore del messaggio, la giuria ha assegnato alla lettera anche il Premio speciale alla libertà, in memoria di Ettore Carminati. 

Di seguito il testo integrale della lettera. 

Ti guardo uscire da scuola, jeans stracciati alle ginocchia, scarpe da ginnastica, pullover blu. Lo zaino sulla spalla, peli di barba sprovveduta al mento, capelli freschi di taglio. Ridi con compagni che non sapevo chi fossero fino a stamattina, vi date pacche sulle spalle. Roma in primavera è avvolgente ma oggi la sua bellezza mi lascia sola col peso sul petto che non vuole darmi tregua.
Stamattina sono stata convocata dal preside. Ero sorpresa. A scuola non hai problemi, il registro elettronico e le parole degli insegnanti confermano un’intelligenza brillante. A me che chiedevo com’è andata a scuola rispondevi “bene”, cosa avete fatto? “niente”.
Parli sempre poco tu. Tuo padre è uguale a te. Perché avrei dovuto preoccuparmi? Da piccolo ti urlavano “sei una scimmietta” e io ti dicevo “non te la prendere”; alle elementari rimanevi in panchina durante le partite di calcio e non ti lamentavi; alle medie facevi le gare di nuoto, ti schernivano “sei una rana”. Ti consolavo “sono bambini, sono ragazzini, non sanno ancora quello che dicono”. Silenzioso, ogni volta, tu abbassavi lo sguardo, e io non ti vedevo. Ero solo preoccupata perché hai pochi amici. Anche tuo padre ne ha pochi. “Che importa”, dice lui, “sono pochi ma bravi ed educati, guarda quanto chatta sui social, quanto lo cercano quest’anno. E guarda me, di strada ne ho fatta lo stesso anche se ho pochi amici. Veri amici intendo”.  
Un giorno ti ho chiesto “Sapevi che nella tua scuola ci sono dei bulli?”. Tu hai alzato le spalle e abbassato lo sguardo. E io non ti ho visto. 

Oggi il preside mi ha chiesto se ti vedo cambiato e se a casa va tutto bene. È sempre tutto uguale ho risposto. Perché c’è qualcosa che non va? E mi ha mostrato il video che qualcuno gli ha lasciato sulla scrivania. 
No. Non potevi essere tu a spintonare e schiacciare col piede un ragazzo più piccolo, intorno a te i compagni con cui stai ridendo adesso. Sei cambiato è vero, cresciuto una spanna sopra di me, i muscoli gracili rinforzati in palestra, la voce gracchiante adesso è profonda. Sembri un uomo. E invece hai la testa del bambino che in silenzio incassava le cattiverie dei suoi pari. Hai aspettato di diventare forte per vendicarti di quello che io non vedevo nel tuo sguardo che si abbassava. 
Stamattina il preside mi ha riferito che è un semestre di vessazioni sui social e di soprusi fisici su quelli più piccoli di te – somigliano al bambino che eri fino a ieri. La tua spietatezza mi ha colpita a morte. Non ti ho cresciuto così, ti ho educato al rispetto. 
Non mi sono accorta del rancore covato per la tua arrendevolezza al sopruso dei forti. Avrei dovuto capire, sei mio figlio. Lo penseranno tutti, vedrai.
Tutti vorranno sapere di chi è la colpa di ciò che sei diventato e hai fatto. Diranno che è mia che non ti ho insegnato abbastanza, di tuo padre che non ha vigilato, della società senza valori, della viltà dei media, delle droghe che distruggono il cervello, della ricchezza, della scuola, del consumismo. Di chi è la colpa Vittorio? La colpa. Bisogna capire di chi è la colpa. Non perché l’hai fatto, non chi sei diventato senza che me ne accorgessi. 
È mia la responsabilità? Non ti ho protetto? Non ti ho compreso? Non sono stata severa? Possibile. Il mondo tutto non ti ha capito? Possibile. La responsabilità è fuori di te? Possibile. 
Stamattina sulla scomoda sedia del preside non ero più la madre del figlio di cui ero orgogliosa. Ero una madre che non ha capito niente e mi vergogno di non aver saputo vedere oltre.
Ti incammini verso di me e non sei più il figlio che ho lasciato davanti a scuola stamattina. Se ho una responsabilità, se tutti hanno una responsabilità, anche tu Vittorio ce l’hai. Tu potevi scegliere chi essere, conoscevi il dolore dell’offesa, dell’essere feriti, esclusi. Hai scelto di riscattare il bambino rabbioso segregato in te infierendo su prede deboli. È davvero questa la tua scelta?
Tra un attimo salirai in macchina, come ogni giorno. E stavolta sarò io a guardare in basso. 
E tu riuscirai a vedere?                                              

Tua madre    

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