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Edizione 2010

Caro straniero…

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La lettera vincitrice del Festival delle lettere del 2009 scritta da Maria Cristina Lorenzini (tema: Lettera a uno straniero), è stata interpretata da Kate Jessop – giovane regista inglese vincitrice del London Short Film Festival nel 2009 – .
Il risultato è un’opera d’arte dal forte coinvolgimento emotivo presentato in occasione del Festival delle Lettere 2010.

[…]Ti amerò da oggi per sempre e sarai meno straniero, sempre meno straniero perché imparerò a conoscerti e tu, piccolo esserino, mi aiuterai a diventare “grande”e mamma. Ti amerò con quell’amore che nulla chiede e vivrò di riflesso delle tue vittorie e piangerò di nascosto delle tue sconfitte. Cercherò per te la forza dell’equilibrio e, al momento opportuno, ti lascerò andare. Ti spingerò ad allontanarti come poche ore fa ho spinto per farti nascere. Giocherò a fare la mamma e cercherò di trasmetterti il lato ludico della vita, sarà la più bella avventura che una donna può vivere.
Da quel giorno sono passati 27 anni e sei un uomo.
Questa lettera avrei voluta dartela allora, ma tu non sapevi leggere ed io non avrei saputo scriverla.[…]

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Edizione 2010

Lettera d’oro 2010

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LETTERA A UN GIORNALISTA

di Chiara Marzorati

Caro giornalista,

È permesso? Nel tuo castello, si può entrare? Mi presento. Ecco, io non appartengo a questi luoghi, a queste terre candide battute da autostrade dritte e disciplinate di frasi che scorrono veloci sull’attenti, docili ai tuoi ordini metodici. Io provengo da sentieri non asfaltati e campi non arati, dove non crescono fiori, solo spine: me le porto conficcate dentro i piedi che sanguinano. E mi ostino a non cadere in ginocchio, senza saper dire il male che sento. Non trovo facilmente le mie parole. Ognuna. Di. Loro. È. Sofferta. Il fiato mi manca. Questo non è il mio posto e io non ho una storia da raccontare. Io sono nessuno, ma ho un desiderio. Sono l’uomo di tutti i giorni, che conduce una vita non degna di nota, senza fama e senza lustro. Sono l’ombra dei personaggi che contano, dei protagonisti della grande vicenda umana, che fanno notizia. Sono quello che lotta per l’occupazione, la fine del mese, la pensione, per questioni d’ordinaria sopravvivenza. Sono il naufrago che affonda nei gorghi di una noia che uccide. Sono nessuno. Sono il matto cui le parole muoiono in bocca, con un gusto amaro che scende in gola e avvelena ogni respiro, perché non c’è chi le voglia ascoltare. Sono nessuno. Sono il drogato, il vagabondo, il poco di buono, l’escluso. Sono la solitudine dell’emarginazione. Nessuno. Sono nessuno, ulisse, il migrante che affronta il viaggio e combatte con i mostri di luoghi ignoti, che ho imparato a scavare il proprio rifugio nel vento, mentre chi resta e racconta se ne sta in casa a filare il nulla tutti i giorni. Sono la penelope che attende a vita chi, istante per istante, le spezza il cuore e non torna, penelope che, tessendo, disfa la sua giovinezza e i suoi sogni. Sono chi aspetta nessuno, ma freme ad ogni squillo di campanello. Sono la donna schiava, schiava del velo e dei tacchi a spillo, della tunica e della scollatura. Sono la donna che non eè abbastanza bella per meritarsi l’amore e quella che è troppo bella per non essere detta puttana. Sono l’uomo che non ama. E quello che non è amato. Nessuno. Mentre tu fabbrichi la storia io taccio. Sono una delle voci di un mondo senza voce, di una popolazione silenziosa che attraversa la terra lieve, senza lasciare impronta. Tu produci le veritaà a te richieste, poco importa se nascono parziali e già invecchiate, trascorse, tu selezioni, tagli, escludi: è il tuo lavoro, io non ti biasimo. Tu non hai identità e appartenenza, forse. Io sono nessuno. Ma ho un desiderio: che il mio dolore, il dolore di chiunque, parli, una volta soltanto. Per poi scivolare via in silenzio, come una lacrima.

Ti ringrazio se vorrai ascoltarmi,
nessuno

 

 

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