Lettera d’oro 2012

LETTERA A UN ITALIANO

di Francesca Esposito

Caro amico,

ti scrivo così mi distraggo un po’. E siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò.
 La realtà è che non so quanto lontano tu sia, perché il tuo indirizzo, quello di dove stai adesso, non ce l’ho né io né nessun altro. Un problema non da poco, direi.

Seconda questione, caro Lucio, che mi ha fatto dubitare a lungo della tua scomparsa. Io l’ho chiamato il paradosso di Lucio Dalla (perdona la mancanza di fantasia). Quel primo di marzo tu non c’eri più, ma l’Italia intera era piena di te. Eri nelle cucine che si svegliavano, uscivi dalle finestre che iniziavano ad aprirsi, nei taxi immersi dal traffico cittadino. Si canticchiava ‘Caruso’ aspettando l’ascensore, sotto ogni doccia ‘Come è profondo il mar’, al bar erano ‘Anna e Marco’. Quel giorno eri più vivo che mai, e, cosa interessante, per una volta non si parlava di te e basta. Si stava anche in silenzio ad ascoltare.
Ma non ti scrivo solo per questo, nessuna romanticheria. Siamo seri, caro Lucio. Con questa lettera voglio che tu ti assuma le tue responsabilità. Tu sei il responsabile della mia prima parolaccia (che ha più o meno lo stesso valore del primo bacio o della prima volta al Pronto Soccorso).
 E queste, caro Lucio, sono soddisfazioni. Ammettiamolo.
Ecco come sono andati i fatti. Sono sempre stato un bambino educato. Sistemavo ogni giocattolo prima di cena, ogni pastello veniva riposto nella scatola seguendo la scala delle tonalità. Prima di mangiare mi lavavo le mani e prima di dormire i denti. Mio padre faceva il poliziotto e quindi puoi ben capire l’ordine che vigeva in casa nostra. Nulla fuori posto, capelli ben pettinati, unghie tagliate e censura linguistica. L’unica volta che avevo risposto male, mio padre mi aveva dato una sberla sulla guancia da lasciarmi il segno delle cinque dita, fede compresa. Roba che sono stato davanti allo specchio ad ammirarmi per circa mezz’ora.
Ebbene, la radio non si ascoltava in casa nostra. Il pop e il rock erano, secondo papà, il demonio. L’unica musica che girava era una tua cassetta rosata, ‘Come è profondo il mare’ del ’77, se non sbaglio. La mettevamo durante ogni viaggio con la nostra Ford Fiesta, per andare dai nonni e ritorno. Nessuno ha mai portato altro, a parte panini alla mortadella e ogni tanto la Settimana Enigmistica. Quella cassetta ci bastava. Io ovviamente, da precisetto come ero, sapevo tutto a memoria. Compresa lei, la canzone ‘Disperato Erotico Stomp’.
 Ma non ce la facevo proprio a cantarla, per via di quella parolaccia nel testo avevo paura che mio padre mi sgridasse. Poi arrivò il giorno: capii che era arrivato il momento di superare il limite, di diventare uomo, perché è più o meno a cinque anni che lo capisci (che è anche l’età in cui comprendi il fuorigioco e il fatto che non puoi sposarti tua madre).
 Pranzo della domenica, pasta al forno, mangiacassette sul tavolino vicino alla dispensa. Con aria di sfida pronunciai ‘Puttana’, scandendo bene ogni lettera, esattamente come la canti tu nella canzone. Fu questione di attimi. Mio padre si voltò di scatto: mi guardò, io lo guardai. Non mi disse nulla, non mi rimproverò. Ricordo che sorrisi e forse crebbi di un paio centimetri, secondo i miei calcoli di cinquenne. 
Credo che non disse nulla perché, alla fine, tu eri uno di famiglia. Papà, mamma, mio fratello, io e Lucio Dalla. Questi eravamo e questi siamo ancora.

Ecco volevo solo dirtelo. Anche se già lo sai che con le tue canzoni, un po’a tutti, ci hai fatto diventare grandi e un pochino più alti.

Francesco