Lettera d’oro 2009

LETTERA A UNO STRANIERO

di Maria Cristina Lorenzini

Caro straniero,
Mi spiace tantissimo che il nostro primo incontro sia stato preceduto da un mio urlo fortissimo, non volevo spaventarti né tantomeno assordarti ma è stato più forte di me.
E’ buffo come per mesi ti insegnino a comportarti in modo adeguato, principalmente per te stessa, e poi, nel momento in cui dovresti dimostrare il massimo controllo e la massima civiltà, dimentichi tutto ciò che davi per acquisito… e dimenticare significa proprio dimenticarsi di ricordare nozioni e concetti. La tua parte primordiale prevale su scienza, educazione e, oserei dire, cultura.
Dopo un primo smarrimento ti guardavo e mi domandavo da dove fossi esattamente arrivato. Occhi nerissimi, allungati, forse un po’ come quelli degli orientali, sguardo attento ma proiettato nell’infinito, come se la tua attenzione fosse attirata da qualche cosa molto più lontana da me e dalle pareti bianche della stanza.
Il naso, piccino, leggermente schiacciato. Sei bello? Non proprio, ma con una promessa di armonia nei lineamenti. Non ti conoscevo, non ti avevo mai visto prima, eppure ti stringevo tra le braccia, dopo averti atteso per tanti mesi con un’aspettativa che negli ultimi tempi era diventata impellenza. Ti aspettavo da tutta la vita eppure lì in quel momento mi eri estraneo e straniero, venuto chissà da dove. Eppure cominciavo già ad amarti, solo dopo un minuto di contatto fisico, figlio mio.
Creatura indifesa, venuta miracolosamente da chissà dove ed accomodata tra le mie braccia come se nient’altro fosse per te importante e come se io non avessi fatto altro nella vita.
Che strano, per nove mesi sei stato dentro di me, ti ho parlato, ti ho ossessivamente pensato, ma senza mai darti un volto od una connotazione ed ora ti studio nei minimi perfetti particolari. Straniero, con abitudini che non so, non conosco, parli una lingua che non capisco, inquietudine, inquietudine del non saper come comunicare; con te divento madre ma finora sono stata solo figlia. Impareremo a conoscerci, ma mai abbastanza, impareremo a comunicare, ma probabilmente parlando linguaggi diversi, resi differenti dal gap generazionale che distingue sempre genitori e figli. Una lingua sola sarà quella veramente valida, te lo giuro ora che sfinita non smetto di guardati e che sfinito ti sei addormentato sul mio cuore, ti giuro che il mio amore sarà il nostro esperanto e basterà per tutti e due anche quando sarai grande ed uscirai borbottando proteste dal mio nido. Ti amerò da oggi per sempre e sarai meno straniero, sempre meno straniero perché imparerò a conoscerti e tu, piccolo esserino, mi aiuterai a diventare “grande”e mamma. Ti amerò con quell’amore che nulla chiede e vivrò di riflesso delle tue vittorie e piangerò di nascosto delle tue sconfitte. Cercherò per te la forza dell’equilibrio e, al momento opportuno, ti lascerò andare. Ti spingerò ad allontanarti come poche ore fa ho spinto per farti nascere. Giocherò a fare la mamma e cercherò di trasmetterti il lato ludico della vita, sarà la più bella avventura che una donna può vivere.

Da quel giorno sono passati 27 anni e sei un uomo.
Questa lettera avrei voluta dartela allora, ma tu non sapevi leggere ed io non avrei saputo scriverla.

La tua mamma.