Lettera d’oro 2007

LETTERA AL GENIO DELLA LAMPADA

di Arianna Gandolfi

Se di tre desideri me ne concedessi solo uno, ti chiederei di sognare il nonno. Almeno una volta al mese.

Ho spalancato gli occhi, pietrificata nel letto, mentre al piano di sotto urlavano il suo nome: aveva perso i sensi ed io con lui. Non so quanti secondi siano passati, ma ricordo perfettamente l’attimo in cui il suono dell’ambulanza mi ha svegliato. “Devo dirgli che gli voglio bene”. Sono corsa per le scale, mi sono fatta strada tra la paura, e l’ho abbracciato sussurrandogli le mie parole: le sue palpebre tremavano. Tremavano come quando piangeva per l’emozione.

Seduto con le braccia conserte mi guardava. Accoccolata sui gradini, lo guardavo. Non servivano appuntamenti: alle 5 del pomeriggio ci fumavamo una sigaretta in silenzio, senza che un filo di voce tagliasse le nuvole di fumo. Solo un bacio sulla sua pelle olivastra, e poi correvo a studiare.

Le immagini ovattate della sua veglia funebre, rimbombano della paura di dimenticare la sua voce, la pesantezza delle sue mani ruvide, l’intensità di uno sguardo che fendeva il silenzio.

“Perché smettere di fumare?” mi chiedevo nelle notti di settembre che seguirono il suo funerale, perché allontanare dalla realtà la condivisione di un momento che per anni ha segnato le nostre giornate? La mia prima sigaretta me l’ha allungata di nascosto: una Futura ruvida in gola, che porterà per sempre il suo ricordo. Ho pianto per ore, seduta sulla sua tomba, senza capire che la morte è trasformazione. Cambiamento radicale per chi rimane, ed è costretto a colmare spazi vuoti.

Del suo letto di rose mi sono portata via un bocciolo, che chiuso in un vasetto di vetro mi ha accompagnato nei miei viaggi, negli esami della vita. Mi sembrava di essere più forte indossando il suo maglione di lana: avevo con me la sua audacia e la sua intelligenza. Il suo coraggio. Lo stesso di cui mi parlava narrandomi non la storia dei libri, ma quella vissuta sulla pelle, fatta di famiglie distrutte e di nazisti che sparavano a bambini lanciati verso il cielo. Di una casa costruita senza denaro, di una vita di sacrifici che non sapeva cosa fosse il riposo, di gesti atroci che la gente fa per invidia.

Con le sue storie, e nei miei pensieri, continua a vivere la sua voce profonda, quella che una notte in sogno mi ha sussurrato di fidarmi: quando l’uomo di cui non sapevo essere innamorata mi ha toccato, ho riscoperto in lui le stesse mani di mio nonno, la stessa caparbietà e la stessa determinazione con cui lui coltivava le proprie passioni. Con cui aveva fede. Dopo quella notte, in cui mi ha dimostrato di esserci, è ancora più forte il desiderio di abbracciarlo, soprattutto quando le situazioni si complicano e nulla dipende dalla mia volontà. “Pensaci tu” gli dico con il pensiero. Ma ci sono volte in cui il desiderio di toccare la sua pelle e di sentirlo è così viscerale, che neppure la convinzione che lui mi protegga da sollievo.

Ecco perché non tre desideri , ma solo uno. Uno capace di rinnovarsi ogni trenta giorni.