Lettera d’oro 2005

LETTERA AL MIO NEMICO

di Paola Tiscornia

A sorpresa, di fronte a un risotto al barolo. Ci siamo rincontrati così, io e te, a tavola, di nuovo insieme dopo dieci anni. Senza parere, quasi subito ho allontanato il piatto. Dieci anni sono tanti. Ma
io so che tu non dimentichi. Io, non ti ho dimenticato. Non so che cos’hai provato. A me, in un solo attimo, è parso di dover rimettere in gioco tutta la mia vita. Una volta mi hanno chiesto che cosa
avessi rappresentato, tu, per me. Non ho dovuto pensarci. Un lungo abbraccio, ho detto. Sei stato per me un amante, un compagno di viaggio sollecito e fedele, l’unico che non mi abbia mai
lasciato. Anche quando ho tentato di lasciarti io. Le uniche braccia che non avevo deluso. L’unico porto sempre pronto a riaccogliermi quando cercavo di prendere il largo e andavo a fondo, pronto
a dimenticare le mie fughe, pronto a perdonare le mie assenze. C’eri sempre, sentivo sopra di me il tuo sguardo quando tentavo di rialzare la testa. Sapevi che l’avrei riabbassata.

Sono una persona. Bella, adulta, forte. Solare. Sono stata tante altre cose. Sono stata una nube piena di pioggia. Sono stata il vento, che seguitava ad alzarsi di continuo, senza dare tregua, senza
darsi tregua. Senza darmi tregua. Sono stata un uragano, in grado di travolgere e annientare. Sono stata il cielo, un cielo nero come la notte dentro di me che non finiva mai e che ricominciava
sempre, solcata dai fulmini e scossa dai tuoni. Il fulmine era il primo bicchiere, rosso, ardente come la vita che volevo, quella che avrei voluto. Il tuono era la rabbia che mi scuoteva dalle
fondamenta quando sapevo di non potermi più difendere.

Sono stata una cattiva cuoca. Mentre tutti, a poco a poco, sembravano sapersi organizzare il menu giusto per la propria vita, a me la cosa non riusciva mai. Semplicemente, mettevo giù troppi
ingredienti che, poi, non avevo la forza di girare. Così, la forza la chiedevo a te. Ma l’alcool è un aiutante che nella cucina della vita fa disastri.

Continuavi a riprendermi. Non mi sono lasciata prendere sino in fondo. Mentre scalavo le montagne e piazzavo i miei rampini per andare più in alto, avevo un tarlo nella testa e nel cuore: riuscire
ad arrivare in cima al mio Everest personale, formato bottiglia da tre quarti. Ci ho provato, ogni sera, con caparbietà e costanza. Tu, però, eri sempre il più forte.

Fa ridere, vero, perdersi in un bicchiere? A volte dici: sono cose che capitano agli altri. E, invece, succede che capitano a te.

Per anni, tutto è rimasto uguale, tutto spento, senza luce, il sapore era quello del mattino dopo. Poi, un giorno, è cambiato tutto. Quel giorno nella mia vita si sono ripresentati i colori. E che colori.
È il giorno in cui mi sono messa a volare. Io e te soli sappiamo chi sono io, che cosa ho alle spalle, l’inferno che ho avuto dentro. Tu sai anche che le notti adesso non mi fanno più paura. Ora ho
capito che ci sarà ancora un altro giorno, e poi un altro ancora, e che io potrò ricordarli tutti, uno per uno, ora dopo ora.

Ho imparato ad amarmi, anzi, guarda, mi sono proprio innamorata di me stessa. Oggi, sono una donna. Bella, piena di grinta e di coraggio, corteggiata. Gli uomini mi portano a cena, mi offrono
vino, spumante. Insistono: “Ma che piacere ti perdi…”. Sorrido quando dico: “Grazie, no. Non ne ho bisogno. Io le bollicine le ho già dentro”.

Mi sono sciolta dal tuo abbraccio. Ma te l’ho detto che non lo dimentico. Potrei dimenticare la mia fragilità, ma non lo voglio fare. Perché è su quella che ho saputo creare oggi la mia forza. Tanti,
trovano che io sia troppo dura. Qualcuno mi ha detto: “Sei così forte, così determinata. Fai quasi paura”. Mi viene da ridere. Incrocio le dita e penso: “È solo perché non sai la paura che io mi facevo prima”.